17 giugno 2010

ROBIN HOOD


Di Marco Caldara e Riccardo Bisti - 23 Maggio 2010
Articolo apparso su www.tennisbest.com

Tibro è una cittadina di 8.000 abitanti, dimenticata da Dio. Si trova nel cuore della Svezia, tra i laghi Vanern e Vattern. Eppure ha dato i natali all’unico giocatore, almeno fino ad oggi, ad aver sculacciato Nadal sul campo Philippe Chatrier di Parigi. Pensi alla Svezia, alla regione dei Laghi, e ti viene un brivido di freddo solo a pensarci. Eppure Robin Soderling è fuoco sacro, caliente. Di svedese, oltre al passaporto, ha solo l’occhio ceruleo. E’ uno che non molla facilmente, il Robin Hood del Roland Garros 2009. Da bambino zampettava in bicicletta per andarsi ad allenare, da adulto è riuscito nell’impresa più difficile: diventare un campione a 25 anni, quando sembrava ormai destinato a un ruolo di immediato rincalzo ai primissimi. Outsider di lusso, ma pur sempre un outsider. Nonostante un tennis dal livello eccellente e la ricerca di un costante miglioramento, infatti, nel suo repertorio sembrava mancare qualcosa. Lo svedese veleggiava tra il numero 40 e il numero 70 del ranking ATP. Le prospettive, già minate da qualche infortunio di troppo, sembravano deboli. Qualche exploit, qualche torneucolo. Niente di più.

Grazie Magnus
La svolta è arrivata quando Robin ha deciso di cambiare coach, passando sotto la guida di Magnus Norman, suo connazionale e ex numero due del mondo. "In passato Robin ha spesso buttato via partite che avrebbe dovuto vincere. Troppi fattori condizionavano il suo rendimento, e alla lunga finiva per perdere la bussola” spiega Norman “Io ho semplicemente cercato di cambiare la sua mentalità, rendendola un punto di forza. All’inizio è stata dura, ma la settimana prima del Roland Garros è cambiato qualcosa. Robin ha capito cosa volessi veramente e ha iniziato a seguire a pieno i miei consigli, trovando una via di mezzo sulle scelte che non lo trovavano in accordo”. Come è andata a finire lo sappiamo: prima il golpe contro Nadal, una delle più grandi sorprese dell’Era Open, poi un inatteso percorso fino alla finale. Un risultato che l’ha fiondato nei primi 10 del mondo, e al quale ha saputo dare seguito, ottenendo altri successi ma soprattutto dando una sterzata totale alla mentalità, come ha ricordato anche Johan Brunstrom, doppista di buon livello: “Nell’ultimo anno Robin è migliorato mentalmente e ha imparato ad accettare che non sempre tutto va per il verso giusto: questo l’ha aiutato moltissimo".

Un guerriero che non molla mai
“Robin vive per i suoi tornei di tennis – spiega il suo vecchio coach Peter Carlsson – è sempre orientato a dare il massimo, ed è il tipico giocatore pronto a fare qualsiasi cosa per vincere un incontro”. Tesi confermata da Robert Lindstedt, suo compagno in Coppa Davis. “Robin è sicuramente la persona più legata alla competizione che abbia mai incontrato nella mia vita. La sua fame di vittoria è qualcosa di incredibile. Potete chiedere a qualunque persona che lo conosca, e tutti vi risponderanno la stessa identica cosa. E’ un guerriero di natura, un vichingo nel verso senso della parola”. Non potrebbe essere altrimenti per un giocatore che al primo torneo da professionista ha subito centrato il successo. Era il Settembre del 2001, e un Robin appena diciassettenne si imponeva nel Future svedese di Goteborg. Un vincente nato. Kalle Flygt, connazionale che lo affrontò due volte in due settimane, lo ricorda così: “Già a quell’età era evidente che fosse dotato di un gran tennis. La sua palla non era pesantissima, ma sapeva variare molto. Ma soprattutto già allora odiava perdere”. Nonostante in passato abbia mostrato un carattere spigoloso (da non dimenticare il mitico siparietto a Wimbledon con Nadal) ultimamente ha anche imparato a perdere e riconoscere i meriti dei rivali: ne è dimostrazione la premiazione del “500” di Barcellona, quando dopo la sconfitta in finale con Fernando Verdasco, arrivata dopo 3 set molto combattuti, ha chiosato: “Faccio i miei complimenti a Fernando, che oggi ha giocato molto bene e meritato questa vittoria”. E’ una delle leggi dello sport. Saper vincere è importante, ma saper perdere lo è ancora di più.

Lupo solitario ma addomesticabile
Ma come è Soderling fuori dal campo? Lo vediamo sempre così serio, concentrato, nervoso; ed invece, lontano dal terreno di gioco, Robin è completamente diverso, nonostante conservi la serietà e “chiusura” tipica dei nordici. Aprendo la sua pagina personale su Twitter si scopre che è uno dei giocatori più vicini ed affezionati ai propri fans: li tiene aggiornati di continuo sulle vicende tennistiche e non, informando sulle proprie trasferte, sui risultati e quant’altro. A giudizio di chi lo conosce però, capire la sua personalità non è affatto facile: "Non è il tipo che socializza facilmente" dice Carlsson "Bisogna prima imparare a conoscerlo, poi lo si apprezza come bravo ragazzo. Abbiamo avuto un ottimo rapporto”. Carattere forte vuol dire anche carisma: "Robin ha una personalità molto forte", afferma Norman. "Non è facile avvicinarsi a lui, ma col tempo le cose si semplificano. Ora è più aperto che in passato e il nostro rapporto è cambiato. Molto interessante anche vedere come gestisce la pressione "

I segreti di un tennis brutale
Robin è il tipico giocatore moderno, che fa dell’accoppiata servizio-diritto la sua forza, ma che può contare anche su un ottimo rovescio e una buona dimestichezza nei pressi della rete. Dotato di un tennis dalla potenza devastante, è riuscito col tempo a trovare la giusta continuità, e a ridurre al minimo le giornate negative, rischio sempre concreto per un rude picchiatore. E’ cresciuto a dismisura sul piano tattico, anche e soprattutto grazie ai consigli di Norman, uno che ha vinto al Foro Italico e giocato la finale a Parigi. "Robin è un perfezionista, lo rispetto per questo", afferma Ferguson, suo “customizzatore” personale. “Quando lo incontrai la prima volta stava tentando un sacco di mosse per rendere più confortevole l’impugnatura della propria racchetta, avvolgendo strati e strati di nastri. Dopo vari tentativi, nei quali ho capito perché Enqvist sostenesse che accontentare Soderling fosse impossibile, siamo riusciti a creare una speciale impugnatura che non cambia mai le sue dimensioni. Avreste dovuto vedere la sua felicità”. Gli rende omaggio anche Mats Wilander, ultimo svedese a vincere a Parigi e suo ex capitano di Davis: “Ha una grande fiducia nei propri mezzi e questo l’ha aiutato nei primi anni. Avrebbe potuto arrivare prima nelle posizioni che contano, ma non sempre tutto va per il verso giusto. Con Magnus è cresciuto mentalmente, e i consigli provengono dalla persona giusta. E’ pronto per vincere un grande torneo. Credo che sappia di potercela fare e penso che sia ormai giunta l’ora”. E se lo dice uno che ha vinto sette titoli del Grande Slam vale la pena crederci…